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abbiamo ricreato nella ricerca calchi e sinopie di sogni mutanti forme dell'immaginario come ipotesi testimoniali all'ombra di possibili verità dialogando con gli eventi nel giardino delle metamorfosi dal visibile al pensabile dove l'oblio insemina la mente che rifrange ogni nozione mentre dissimuliamo la realtà nel groviglio delle idee meditando sulle contraddizioni all'innesto dei progetti comunicanti figure in divenire sui percorsi disincatati secondo l'alternanza dei tempi l'essere coglie il nulla nella messa in opera del mito per seguire altri destini dietro siepi e rami di memorie fra le cose che adottiamo insieme ai luoghi circostanti coltivando immemori cause dentro un labirinto di specchi qui e altrove a confronto visioni ritornanti dal vissuto
Miklos N. Varga
Milano, maggio 1998 |
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| Milano, Via Bocconi, un piccolo
portoncino separava managerialità da uno starnazzare di anatre e
oche da un miagolar di gatti da un pullulare di sagome, oggetti, esseri.
S'apriva, oltre quel piccolo portone, un nuovo mondo, almeno ai miei occhi:
quel cortile/ bosco/ deposito/ foresta, avrebbe potuto costituirsi, in
fondo, come "mondo".
Lo studio di Alik é crollato sotto il peso della neve nel 1984. Lo studio di Alik era e rimane una sorta di luogo mitico nel quale la scultura si produce, si cancella, si distrugge, scompare e riappare continuamente mediante l'opera dell'artefice, Alik Cavaliere: Lo studio di Alik quasi come summa del suo essere assolutamente scultore. Tirare fili elettrici, erigere tramezze, convogliare energia per saldatrici e lampadine appese, dividere, secondo le stagioni, con grandi teloni di plastica, gli spazi. Una bottiglia piena di carta e sterpi si pone come scultura, una figura scolpita, assorbita dal crescere dei rami, pare un "resto", un reperto di chissa quale archeologia, mentre una mano dalle dita divaricate fende l'intrico della vegetazione in una sorta di gesto disperato, di "grido" quasi blasfemo. Qualcosa si mostra ricoperto di stracci: é la scultura o essa é celata? Gabbia e catena dicono di prigionia e costrizione per un profilo plastico dal quale fuoriescono arbusti, ramificazioni, vegetazioni. Nel piccolo bosco natura si confonde con scultura: ombre umane paiono volersi mimetizzare nel folto della vegetazione. Da un vaso di vetro spuntano rami secchi che non sappiamo se calchi o "resti" di natura. Tratto da:Alberto
Lui
note per "Lo studio di Alik"(1989)
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