| Home | Centro Artistico | Agenda |

Palazzo Forti, Verona
15 ottobre 2005 - 29 gennaio 2006
vedi manifestino
La Galleria d'Arte Moderna Palazzo Forti di Verona inaugura il prossimo ottobre una mostra dedicata allo scultore Alik Cavaliere (Roma, 1926 - Milano, 1998), una delle personalità più intuitive ed originali nel panorama artistico europeo del secondo dopoguerra. A sette anni dalla sua scomparsa, per iniziativa del direttore Giorgio Cortenova che ha seguito con attenzione e affetto la produzione dello scultore fin dagli anni sessanta e che curerà la rassegna di Palazzo Forti con la collaborazione del Centro Artistico Cavaliere di Milano, sarà possibile ripercorrere compiutamente l'itinerario poetico di questo straordinario interprete della modernità. Formatosi alla scuola di Giacomo Manzù e di Marino Marini, cui successe alla cattedra di scultura all'Accademia di Brera, egli ebbe un ruolo di primo piano nella didattica, nel magistero e nella promozione culturale ed artistica del capoluogo lombardo. Iniziò ad esporre nel 1945; le sale personali alla Biennale di Venezia nel 1964 e nel 1972 sancirono la sua affermazione a livello internazionale.
La rassegna di Palazzo Forti si sviluppa secondo un itinerario antologico che include otto straordinari e complessi allestimenti come Apollo e Dafne (1971), I processi (1972), La stanza di Pigmalione (1986-87), Le riflessioni di Narciso (1988), L'Orlando Furioso (1994-96) e diversi cicli di opere plastiche: Giochi proibiti (1958-59), Le metamorfosi (1959), il viaggio-racconto di Gustavo B. (1960-62), i Cespugli (anni 60 e 80), W la libertà (anni 70), la serie degli alberi (anni 90) e delle Donna corteccia (anni 90), per citarne alcuni.
Questa mostra è un'occasione eccezionale per rivisitare nel suo complesso l'opera di un autore poliedrico e imprevedibile come Cavaliere. Uno scultore che non si limitò mai a ripetere la propria opera, che seppe superare dialetticamente se stesso ad ogni tappa, rivisitando ogni volta, trasformando e rielaborando i motivi della propria ispirazione, rifuggendo ogni abitudine, il dato, l'acquisito, trascendendo l'attualità della propria creazione in forme sempre nuove, complesse e contraddittorie, uguali e diverse, mai scontate o convenzionali. Un percorso che stupisce e affascina, che avvolge e calamita lo spettatore, un itinerario che non si lascia ordinare, che non risponde alla legge banale dell'accumulo, ma che ha origine dalla rielaborazione, dalla curiosità, dalla contraddizione, dove ogni stanza è inizio e fine di un viaggio, forma nuova, inaspettata, spaesante. È quello che Dario Fo, nel saggio introduttivo al catalogo della mostra di Palazzo Forti chiama "imprevedibile" Alik. Una mostra ampia, una retrospettiva, che, come capita solo nel caso di un grande artista, consente allo spettatore non soltanto di osservare una quantità maggiore opere di uno scultore, ma di incontrare l'Autore, la filosofia e la magia del fare artistico. Come scrive Elena Pontiggia nel bellissimo e dotto saggio che accompagna il catalogo:
Esplorare l'infinito della natura: quella che i filosofi chiamano la natura naturans, che continuamente genera la vita e continuamente la trasforma, suscitando incessanti metamorfosi; esplorare l'infinito dei miti: quello di Apollo e Dafne, di Pigmalione, di Narciso, ma anche quelli, più dimessi, annidati nell'esistenza quotidiana; esplorare l'infinito della memoria: quella autobiografica e quella storica, attraversando il tempo e dialogando con la latinità di Lucrezio, col Cinquecento di Giordano Bruno, col Quattrocento dell'Ariosto, sentendoli vicini e contemporanei: è stata questa la poetica di Alik Cavaliere.Un'aspirazione all'infinito anima la sua ricerca, ed è per questo che la sua scultura non è mai un oggetto o una forma chiusa, ma una forma aperta, anzi una scena aperta, crogiolo di continue metamorfosi.
Il suo non è un infinito romantico, ma vitalistico: è l'infinito di un poeta da lui amatissimo come Lucrezio, per il quale la natura non ha limiti, e ogni cosa, anche la più piccola, è formata da particelle inesauribili; è l'infinito di filosofi altrettanto amati come Giordano Bruno e Campanella, per i quali terra e cielo non hanno confini, e immensi sono il numero dei mondi e la sensibilità delle cose vive; è l'infinito visionario dell'Ariosto, che arriva sulla luna cinque secoli prima degli astronauti, e tesse un racconto d'arme e di amori che non ha termine.
Scrive Cavaliere nel testo di una conferenza su Ariosto preparata in ospedale, poche settimane prima di morire:
Il momento in cui viviamo è straordinario, ricchissimo culturalmente. Il "grande" gesto che occorre, secondo me, fare per sentirsi parte del processo è quello di riappropriarsi come singoli della propria mente, ché, altrimenti, siamo dei fantocci erranti, disarmati paladini del nulla. I singoli individui riconquistino la dignità di pensare in proprio - non per delega ad altri, amici, gruppi, consanguinei o sofisticati moderni strumenti di informazione ed elaborazione-. La riappropriazione della propria mente, la conquista della capacità di guardarsi intorno da soli per 360 gradi, senza paure, panico, pur nell'incapacità iniziale delle scelte, costituisce una traumatica benefica operazione "rivoluzionaria" già iniziata, nei primi attimi o passi resi incerti per l'atrofia muscolare in noi tutti ingenerata. Ci accorgeremo finalmente dei tanti, infiniti singoli che sono pensanti: solo allora avremo la possibilità di comunicare con loro e tra noi, la gioia di avere qualcosa da dire e ricevere: autentiche informazioni per un arricchimento interno ed esterno tra essere "umani" che possano rendere il proprio progetto individuale ricchezza collettiva; solo allora potremo avventurarci in progetti collettivi corali, divenuti possibili. D'altronde il processo mi pare sia pure in embrione già iniziato.
In questo senso ricostruire l'opera di Cavaliere è un impegno di particolare interesse e complessità, perché come pochi altri grandi artisti, Cavaliere chiama il pubblico e ancora di più il critico ad appropriarsi della sua opera, a rifletterla e ricostruirla, a collocarla nello spazio fisico e in quello del pensiero.
Come scrive Angela Vettese nel presentare un'istallazione di Cavaliere proposta al Centro Artistico Alik Cavaliere, ogni opera di questo autore può
assumere aspetti diversi ogni volta che viene allestita e, in questo senso, ricordata: ogni nuova presentazione va intesa come la messa in scena differente di una medesima pièce, come un consapevole non-finito, come un work in progress che rispecchia la costante ricerca di una verità inattingibile, anche perché incompatibile con il funzionamento stesso della memoria: una funzione che contraddice, ripete, asserisce, modifica, contesta, sovrappone e riordina continuamente i suoi dati.
Nulla nell'opera di Cavaliere è scontato e nulla è per sempre al suo posto, niente ha una collocazione definitiva, sempre lo spettatore è coinvolto, affascinato e provocato, obbligato a mettersi in gioco, chiamato a partecipare. Come ha affermato Emilio Tadini nel corso di una conferenza su una ricostruzione possibile de I giardini nel labirinto della memoria, una delle grandi installazioni presenti a Palazzo Forti:
In Alik c'è proprio la capacità straordinaria, la rivelazione straordinaria, d'intervenire sul ricordato mostrandone la decomposizione, l'esplosione, l'incapacità di stare insieme. L'incapacità di stare insieme letteralmente del mondo. Ecco in questo, io credo, che Alik abbia colto un obiettivo abbastanza straordinario, tanto più, lo ripeto, usando una lingua come quella della scultura, che lo avrebbe portato invece a mostrare immagini di unità.[...]. Che poi in questo mostrarsi così, quasi osceno, dell'insensatezza, in qualche modo si riproduca un balenìo di quello splendore sensibile delle idee, di cui parlava Hegel, e in qualche modo l'estetico torni a chiamarci, è questo forse questo il miracolo che fanno i grandi artisti.