Home Centro Artistico Agenda

Mostra: Alik Cavaliere Opere su carta 1950-1998
A cura di: Adriana Cavaliere e Giulia Valcamonica
Inaugurazione: Lunedì 22 Maggio 2006 ore 18.30
Periodo Espositivo: 22 Maggio- 22 Giugno 2006 dal Lunedì al Venerdì ore 15-19

Lunedì 22 Maggio 2006, alle ore 18.30, il Centro Artistico Alik Cavaliere inaugura una mostra personale dell'artista dal titolo Alik Cavaliere Opere su carta 1950-1998. Per circa un mese saranno esposti venticinque tra disegni a carboncino, acquerelli, tempere e collage di proprietà della famiglia dell'artista che presentano alcune delle tematiche portanti del suo lavoro dalla prima maturità agli ultimi anni.

Cavaliere nasce a Roma nel 1926 ma si forma a Milano nella Brera di Funi, Manzù e Marini, e a Milano rimane fino al 1998, anno della morte. La sua ricerca si snoda da subito sui binari della scultura che via via si evolve nello spazio fino a creare grandi ambienti. In parallelo fiorisce anche un folto numero di stampe, tele e disegni in tecniche miste (quasi un migliaio quelli in corso di archiviazione), che anticipano o rielaborano i momenti salienti del suo percorso più noto in un contrappunto del tutto autonomo. Rare sono state fino ad oggi le occasioni per presentare queste opere al pubblico (la prima e ultima per molte risale alla retrospettiva milanese di Palazzo Reale del 1992); in particolare si è deciso di focalizzare qui l'attenzione sui lavori meno conosciuti, quelli tra la metà degli anni '50 e i primi anni '60.

Metamorfosi Gustavo B. I Giochi Proibiti e le Metamorfosi in bronzo e cemento, che dal 1957/58 costituiscono l'immaginario dello scultore, segnano una svolta fondamentale nell'attenzione profondamente umana alla drammaticità del vivere, espressa da Cavaliere all'inizio della sua attività attraverso un realismo popolare. L'ironia un po' caustica e inquieta che trapelava dai suoi personaggi diventa, quasi come una naturale conseguenza, creatura in continua trasformazione alla ricerca di una condizione di esistenza. I Giochi proibiti del 1958/59, della cui traduzione su carta sono presenti una tempera e un acquerello di grandi dimensioni (80x120cm), prendono il nome dall'omonimo film di René Clement che nel '55 aveva presentato al mondo gli orrori della guerra vista dai bambini come gioco, presto diventato contrasto feroce con quello degli adulti. Il piccolo animale che nelle mani dell'uomo dovrebbe muoversi come affettuoso e complice divertimento, si divincola invece violentemente, impastato nella tempera, quasi a voler uscire dalle viscere del padrone. Egli dal canto suo cerca di assimilarlo a sé, generando uno sforzo tra istinti e ragione, materico nei segni aspri e nel colore quasi espressionista. La serie di quattro piccoli carboncini (25x35cm) Giochi proibiti/Metamorfosi del 1960 sintetizza questo processo di lotta, contraddizione e straniamento tra i più alti e bassi bisogni umani con una forza d'intenzione che supera quasi le sculture per immediatezza asciutta, scattante, tesa.

Le due grandi Metamorfosi (80x120cm) presenti in mostra definiscono, grazie anche a un colore denso e dagli accostamenti drammatici, questo compenetrarsi tra uomo e animale, in cui si inserisce la componente vegetale che tanto rilievo avrà nella ricerca degli anni '60. Anche la natura si prende la sua parte di vita e nel contempo trapassa e blocca l'essere in un grido lacerante senza spazio né tempo, dagli echi classici e insieme surrealisti (Cavaliere aveva incontrato in quegli anni grazie all'amicizia con Arturo Schwarz alcuni esponenti del movimento bretoniano e ne aveva rielaborato le suggestioni in una dimensione propria). Questa indagine verrà ripresa all'inizio degli anni '90 con Vincenzo Ferrari nella serie Il classico e le metamorfosi, il cui prototipo di stampa è presentato qui in un inedito accostamento.

Senza soluzione di continuità si innestano dunque i quattro episodi tratti da Le Avventure di Gustavo B., il cui ciclo in bronzo viene presentato alla milanese Galleria Levi nel 1963. È un racconto che solo in apparenza possiede la logica che ci si aspetta, poiché da subito Gustavo, uomo qualunque, ancora alla ricerca di una forma che lo definisca, si perde e ci fa perdere inseguendo il bandolo della matassa di una vita che sembra rilanciare sempre all'assurdo. Ma non è lo spiazzamento o la dimensione onirica del surrealismo che a Cavaliere interessa, bensì la componente narrativa e significante degli oggetti e la ricerca spaziale che il surrealismo aveva fatto propria. Di straordinario impatto in questo senso la Prima veduta della città di Gustavo B. (1960) e di Gustavo B. si innamora della Signorina Bene (1962), punto nodale della mostra (130x150cm). Sono campi prospettici allegri e dolorosi insieme, perché, nonostante una straordinaria densità coloristica, sono paradossalmente desertici, quasi metafisici, luoghi in cui Gustavo sembra bloccato nell'azione e nella possibilità di provare e vivere il sentimento d'amore. E il dedalo di specchi, porcellane, ferro e bronzo che caratterizza le sculture è qui affidato a forme di forte presenza e alla decisione delle linee.

Sono questi i passaggi che impostano tutto quel successivo muoversi tra elementi metamorfici, spazio, scena teatrale, natura, racconto, sulle tracce, come Cavaliere stesso amava spiegare, di un umanesimo curioso e insaziabile.

E dal teatro di Gustavo B. all'immenso spazio de I Processi il passo è breve. Primo dei grandi ambienti (presentato alla Biennale di Venezia del 1972), è una rilettura delle storie inglesi di Shakespeare dove sotto accusa sono messe la vita e l'arte. I toni smaccatamente accesi a piatte campiture delle tre opere selezionate fanno da contraccolpo al cupo ambiente dell'installazione e sembrano acutamente sottolinearne il portare ovunque (e quindi da nessuna parte) delle scale incongrue e sospese (quasi annullate prospetticamente), degli uomini, qui figurette ritagliate, e della natura germinante, che emerge da ogni dove e si inerpica anche capovolta, partecipe e vera protagonista del processo. Il geometrismo definito contrasta con il vortice quasi informale del primo periodo.

Indefinito invece è il tempo, che comunque emerge inesorabile nell'indagine sul mito. Pigmalione, l'ambiente costruito tra il 1982 e il 1985 dal mai rappresentato testo di Jean Jacques Rousseau, vive qui in tutta la sua potenza e complessità attraverso ancora tre opere: gabbia prospettica, labirinto dove gli oggetti e i personaggi non sono più tali, ma echi e profili (nel vero senso del termine) di memoria, corpi incrociati, conflitto tra Pigmalione e una Galatea (opera d'arte in piena presa di coscienza) che per vivere deve vivere nel suo creatore, e infine l'autoritratto, partecipazione dell'artista al processo di alterità e trasformazione di sé nei confronti della sua creazione. E per tutto questo ancora gli specchi e gli sdoppiamenti già di Gustavo B., in un rinnovato sentimento di linee, forme e colori.

Senza titolo Questa straripante presenza fisica porta in scena anche la memoria, riprodotta in un libero fluire nel collage senza titolo degli anni '90 che è già parte de I Giardini della memoria (fra i lavori più recenti). E anche l'ultimo passaggio della mostra (senza titolo) indica uno dei centri portanti degli stessi Giardini: il Minotauro, quello cretese, vissuto nel labirinto dell'avventura umana della carne, della memoria, della ricerca continua.


inizio pagina