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GALLERIA D'ARTE NICCOLI


ACIG Centro Culturale Arte Contemporanea Italia Giappone


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ALIK CAVALIERE
Il paradosso della natura
Sculture 1951-1991
 
Saggio introduttivo di Angela Vettese
 
 
Periodo: 17 NOVEMBRE 2001-6 FEBBRAIO 2002
Inaugurazione: SABATO 17 NOVEMBRE ORE 18,00
Orario: 10.00-12.30 / 16.00-19.00 ESCLUSO FESTIVI
Edizioni: GALLERIA D'ARTE NICCOLI COLLANA ATTRAVERSO LE AVANGUARDIE
   
  

La galleria Niccoli presenta la prima ampia retrospettiva postuma di Alik Cavaliere (Roma 1926-Milano 1998), uno dei più significativi scultori italiani del dopoguerra. Formatosi all'Accademia di Brera accanto a Manzù, Achille Funi e Marino Marini, ha iniziato nel 1945 una carriera espositiva culminata con l'antologica "Il luoghi circostanti" al Palazzo reale di Milano (1992). Tra le molteplici partecipazioni a rassegne internazionali, ricordiamo le sale personali alla Biennale di Venezia del 1964 e del 1972. Volutamente, l'artista non ha mai fatto parte di alcun movimento o gruppo e si propone come un grande isolato, nonostante la critica abbia spesso provato a inserirlo in un pop italiano o in una ripresa del linguaggio dada-surrealista.

La mostra parte con alcune opere giovanili, tra cui "Sorelle" del 1951, in cui è possibile leggere la lezione di Marino Marini e la sapienza manuale dell'artista: un aspetto che andrà progressivamente lasciando spazio a scoperte tecniche diverse, sorrette da una profonda conoscenza non solo delle tematiche artistiche del suo tempo ma anche della cultura letteraria e filosofica occidentale.

Accanto a episodi di utilizzo del legno, della ceramica e del cristallo, la maggior parte delle opere esposte sono fusioni in bronzo create con l'antica tecnica della cera persa, che riprendono forme della natura o la figura umana. Tra le prime in senso cronologico il bozzetto per le Metamorfosi (1958-59), dove il protagonista si pone ai confini tra mondo primitivo e vegetale, e il bozzetto per il "Racconto" (1961), paesaggio con staccionata e alberi stilizzati.

Il tema dell'albero e in generale di una natura che, quanto ai riferimenti filosofici, guarda a Lucrezio, a Spinosa e Giordano Bruno, ritorna nelle opere più recenti e mette in luce il metodo di lavoro di Cavaliere: se la tecnica appare tradizionale, in essa nulla va perduto della lezione delle avanguardie storiche e del pensiero del Novecento.

Gli arbusti vengono infatti fusi dall'artista a partire da modelli veri, trovati in un'attività di raccolta che si estendeva spesso anche a oggetti di tutti i giorni: dai barattoli a parti meccaniche e reticolati.

Il bricolage da cui derivano le sculture assume dunque il doppio aspetto di una memoria del ready made duchampiano e di una rilettura in chiave artistica del concetto di bricolage, uno dei punti forti dell'antropologia di Levi-Strauss. Piegate al racconto autobiografico, come nelle "Avventure di Gustavo B." (1961), o tradotte in termini universali, come nelle opere che si richiamano alla mitologia greca, le sculture di Cavaliere riescono nel difficile compito di tenere legato ciò che è presente e ciò che è senza tempo, l'attualità e l'universalità dell'arte.

Sotteso a ogni opera, e precisato in particolare nelle ultime, sta il quesito di carattere concettuale sulla natura dell'arte: fino a che punto essa è imitazione della natura e fino a che punto, invece, è ricreazione di questa attraverso la macina del pensiero? La natura di Cavaliere, infatti, solamente a prima vista è "realista": essa vive di continui ribaltamenti e di ironie che capovolgono il senso comune, conducendo al dubbio che l'artificio umano e la memoria modifichino e deformino senza tregua una possibile verità prima: come accade per gli alberi in gabbia o per gli arbusti invernali da cui pendono inopinati frutti estivi.

Sculture di epoche anche lontane tra loro sono sempre, quindi, foriere di un quesito irrisolto non soltanto su cosa sia l'arte, ma anche, questione assai più spinosa sul piano etico e politico, su cosa possa essere definito vero: viviamo nella verità o in qualche forma di rappresentazione, in un mondo che possiamo afferrare o nella sua riproposizione teatrale?


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