In questa mostra ho preso dei lavori anche del '46, del '48, '49, fino alle ultime cose, e le ho buttate tutte insieme, in un percorso. Mescolando le carte. Non presentando le opere per quello che erano o potevano rappresentare trenta, quaranta e più anni fa, ma in un contesto odierno, proprio rimettendole in discussione, riproponendole. Ho cercato di rompere sempre l'idea di bello, di ben fatto, di estetico, di brutto. Ho proprio veramente cercato di trovare un filo dove le cose fossero più semplici, più quotidiane, più banali, e il bello avesse la possibilità di essere ancora più bello, e il brutto di cambiare. Dove non ci fosse mai questo schema preferibile d'inferenza.
In questa strada che ho percorso un'infinità di volte, in questa via Brera ricostruita, ho voluto immaginare, collocare, questa galleria intitolata il Cavaliere della Rosa, dove posso fare e mettere quello che voglio, quello che mi piace far vedere. Ho ripreso un allestimento presentato ad Anversa nel 1973. È uno spazio dove si muove una famiglia. Una famiglia composta di una giovane coppia con un piccolo bambino. Hanno passato in questo spazio un'intera mattinata: hanno fatto colazione, il bambino ha giocato, il padre ha letto il giornale, … sono stati degli avvenimenti quotidiani normalissimi, di una consueta giornata. Ho registrato tutto quello che è avvenuto, e poi quando la famiglia è andata via è rimasta la memoria, la traccia, il ricordo attraverso gli oggetti lasciati, attraverso le cose che sono rimaste, e attraverso questa memoria fisica toccabile si è potuto ricostruire —ognuno di noi— lo spazio che era stato vissuto. Ho giocato a ibernare le cose, a fossilizzarle, a bloccare un pranzo finito in una situazione quasi d'immobilità estatica. Per fortuna il gioco ricomincia nel momento in cui gli oggetti non sono fissi.