Galatea
Io, ancora io, il mio spazio, le mie opere, i miei fantasmi... È un testo di Jean Jacques Rousseau del 1775 dove lo scrittore, il filosofo, il poeta immagina, ricostruisce il mito antico di Pigmalione e Galatea. L'artista s'immedesima nell'opera al punto di ritrovarsi e morire per essa. Un mito ripercorso più e più volte nel tempo, e sempre affascinante e ripercorribile da chiunque crea immagini. Io mi auguro di seguirlo senza l'estrema drammaticità della morte dell'artista pensata da Rousseau.
Dal mio studio, dove parlo di me, dove racconto di quello che è realmente, di come io lo vivo, una specie di filo —un filo reale, rosso— ci porta a una stanza dove Galatea prima di diventare tutt'uno nello studio con l'artista ha un suo momento di vitalità, di personale intimità quasi, ed è rappresentata in più e più tele, in più e più immagini.
È ancora l'artista, e il suo studio. È ancora uno spazio, anche se riprodotto diversamente. Al filo che conduce dallo studio all'opera, qui si sostituisce la matita —o il segno— che riporta ancora i personaggi, la memoria, la stessa riflessa immagine di chi produce l'opera, di chi la vive, raccontando e raccontando.